trattamenti per attacchi di panico

GLI ATTACCHI DI PANICO PREFERISCONO LE DONNE

problemi panico

Intervista al Prof. Giovanni D'Attoma, neuropsichiatra e psicoterapeuta.

Per saperne di più abbiamo chiesto al Prof. Giovanni D'Attoma, specialista neuropsichiatra, psicoterapeuta e neuroendocrinologo se in realtà gli attacchi di panico preferiscono le donne e soprattutto vogliamo conoscere i sintomi di questa patologia, le cause e le novità più recenti sul trattamento.

Prof. D'Attoma, come mai gli attacchi di panico sono più frequenti nelle donne rispetto ai maschietti?

Tutte le statistiche riferiscono un rapporto di 3:1 a scapito dei maschi. Le motivazioni, per cui tutte le patologie che hanno come comune denominatore l'ansia, colpiscono le donne sono da riferire al particolare assetto ormonale, in particolare agli estrogeni che svolgono una fondamentale importanza nella riproduzione e nella regolazione del tono dell'umore, al calo di alcuni neurosteroidi come l'allopregnanolone che ha il suo compito di frenare l'ansia, accanto a questi due ormoni è risaputa l'azione della tiroxina nel favorire una condizione ansiosa. Le donne conoscono bene lo stato di irritabilità che si presenta nei giorni che precedono il ciclo, ma sanno anche molto bene che tante altre donne non soffrono di particolari disturbi nello stesso periodo per cui vi sono diversi altri fattori da considerare.

Quali sono i primi sintomi che possono fare pensare agli attacchi di panico?

Vorrei riferire qualcuno dei casi clinici che ho trattato: Antonella ha 23 anni e soffre di attacchi di panico dall'età di 15 anni; in quel periodo ci fu una drammatica separazione dei genitori dopo anni di grida, di polemiche e di violenza fisica del padre dei confronti della moglie e dei figli. Andò via di casa con l'amante, lontano dalla sua città, dopo aver fatto richiesta di disconoscimento della paternità nei confronti di Antonella che cominciò a presentare nei primi tempi una balbuzie e periodiche cadute a terra che furono interpretate come "isteria da conversione"; la ragazza fu trattata con psicofarmaci e psicoterapia. Dopo qualche anno Antonella cominciò ad accusare tremori, difficoltà nel respiro, senso di asfissia, dolore al petto e paura di morire tanto da portarla ripetutamente al pronto soccorso, da vari cardiologi, l'immancabile risonanza magnetica, dal gastroenterologo perché accusava frequentemente nausea. Un calvario durato fino all'anno scorso, quando mi fu portata dalla mamma e dal fratello, angosciati per questa malattia che resisteva a tutti gli psicofarmaci e agli accurati trattamenti psicoterapici. Antonella è guarita e ha ripreso gli studi universitari. Le prime crisi di panico non sono sempre la conseguenza di una drammatica situazione familiare.

Prof D'Attoma, cosa succede nel nostro cervello quando siamo tormentati dall'ansia, dagli attacchi di panico, dalla depressione, da disturbi ossessivi?

Occorre partire dalla risposta neurochimica che il nostro sistema di difesa, in particolare l'ipotalamo, elabora nei confronti delle situazioni stressanti: il cortisolo è una delle sostanze più importanti utilizzate dall'organismo per difendersi dallo stress ma nelle condizioni di cronicizzazione dello stress, questa sostanza diventa un killer spietato che destabilizza il sistema, creando le premesse patogenetiche dei disturbi legati all'ansia.

Quali sono le ragioni per cui, di fronte allo stesso tipo di stress, ad esempio il terremoto dell'Aquila, avremo soggetti che sviluppano gli attacchi di panico, altri andranno in depressione?

Le ragioni per cui un soggetto tollera lo stress meglio degli altri sono legate soprattutto a una componente genetica, al modo con cui un soggetto è stato aiutato ad affrontare e superare le frustrazioni a cui ognuno di noi è sottoposto nel corso della vita.

Quale ruolo Lei assegna ai farmaci che normalmente vengono utilizzati in questo disturbo?

La maggior parte dei miei colleghi psichiatri utilizza gli psicofarmaci con risultati spesso favorevoli ma il più delle volte la patologia si presenta alcuni mesi dopo la sospensione, senza considerare gli effetti collaterali (aumento di peso, ipercolesterolemia, ecc.) che tali farmaci determinano. Nella mia pratica professionale preferisco utilizzare un trattamento di "psicoterapia neurobiologica" che consente l'eventuale associazione di qualche psicofarmaco nei casi particolarmente gravi al trattamento psicoterapico che rappresenta la terapia di elezione, particolarmente nei giovani.

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